
Ci sono persone che, quando lasciano un luogo, semplicemente smettono di farne parte.
E ce ne sono altre che, anche quando se ne vanno, continuano in qualche modo ad abitarlo: nei ricordi, nelle decisioni prese, nelle difficoltà affrontate, nelle persone che hanno accompagnato, nelle parole che hanno lasciato.
Perché ci sono ruoli che si possono ricoprire e ruoli che, con il passare degli anni, finiscono per diventare una parte di ciò che si è.
Nell’ultimo giorno di questo lungo viaggio che è stata la sua Presidenza al Liceo Asproni, vorremmo salutarla riconoscendole non soltanto il merito di aver esercitato una funzione, espletato un incarico o svolto un servizio, ma il merito più grande, che è stato quello di aver saputo guidare una comunità.
La nostra comunità, come ha sempre amato definirci, fatta di persone, di intelligenze e sensibilità diverse, fragilità, ambizioni, incomprensioni, entusiasmi, non è stata solo un meccanismo che ha obbedito a regole precise. Si è costruita intorno a studenti che dovevano diventare ciò che avevano sognato, di docenti che portavano con sé storie e convinzioni, di famiglie che avevano affidato alla scuola una parte importante della vita dei propri figli.
Guidare tutto questo significa molto più che amministrare. Significa tenere insieme ciò che tende naturalmente a separarsi.
E forse è proprio questa la parola che più di ogni altra può raccontare il suo percorso: tenere.
Tenere la rotta quando la rotta sembrava non esserci. Tenere insieme le persone quando le differenze rischiavano di diventare divisioni. Tenere aperta una possibilità quando la soluzione più semplice sarebbe stata arrendersi alla difficoltà. Tenere ferma la barra del timone quando il mare diventava più agitato.
Il nostro Liceo, negli anni della sua guida, non è stato sempre un mare tranquillo. Ci sono state bonacce nelle quali sembrava non muoversi nulla e tempeste nelle quali sembrava muoversi tutto troppo velocemente.
Ci sono stati momenti in cui la nave ha navigato vicino agli scogli, altri in cui il vento ha soffiato contro, altri ancora in cui il rischio non era tanto quello di affondare, quanto quello più silenzioso e pericoloso di perdere la direzione.
E noi quella direzione, quella rotta, non l’abbiamo mai smarrita.
E questo grazie a chi, come lei, ci ha guidato. Non perché abbia avuto sempre una risposta. Ma perché ha saputo, anche quando la risposta non era evidente, non perdere la domanda fondamentale: dove dobbiamo andare? Qual è la nostra missione?
Tutto questo con le grandi difficoltà che vive chi ha la responsabilità della guida.
Di chi deve scegliere senza avere la certezza di scegliere bene, di chi deve prendere decisioni che possono anche non accontentare tutti, di chi deve accettare di essere frainteso, o di essere fermo e risoluto anche con le persone che vorrebbe proteggere.
È questa la parte invisibile della guida di una comunità. Quella che non compare nei verbali, non entra nelle statistiche, non può essere raccontata attraverso i risultati di una scuola.
È la parte fatta di pensieri portati a casa, di problemi ai quali continuare a pensare quando la giornata è finita, di decisioni rimandate perché richiedono tempo, di persone da ascoltare, di conflitti da ricomporre, fatta anche di solitudine e incomprensione.
È il peso silenzioso di chi sa che, mentre gli altri possono permettersi di vedere soltanto il proprio tratto di strada, chi guida deve provare a vedere la strada di tutti.
Perché guidare gli altri non significa necessariamente avere sempre più luce degli altri.
A volte significa avere il coraggio di camminare davanti quando la luce è poca. Significa entrare per primi nella parte più buia del percorso. Significa assumersi il rischio di non sapere esattamente cosa ci sarà oltre, ma continuare a camminare perché qualcuno, dietro di lui, possa farlo con un po’ meno di timori.
E forse noi, che in questi anni abbiamo lavorato e vissuto dentro al nostro Liceo, non abbiamo sempre capito ciò che accadeva dall’altra parte della porta del suo ufficio.
Non abbiamo compreso tutte le preoccupazioni, le mediazioni, tutte le volte in cui una decisione è stata preceduta da un dubbio. Abbiamo visto soltanto la luce che arrivava dall’altra parte.
Perché la sua capacità, caro Preside, è stata quella di fare in modo che noi potessimo vedere la luce senza essere costretti a vedere tutte le ombre che è stato necessario attraversare per rischiarare ciò che a noi appariva irrimediabilmente oscuro.
“Non so ancora dove ci porterà questa strada.
Ma ora possiamo percorrerla insieme.”
E ora che ha condotto la nave in porto per congedarsi, alla vigilia di quello che sarà per noi un viaggio del tutto nuovo, guarderemo verso la riva per salutarla, con l’augurio che, dopo tanti anni passati a cercare il vento favorevole per la nostra nave, ora possa trovare finalmente il suo.
Un vento che le faccia riassaporare il gusto del tempo, della libertà, degli affetti.
Di tutte quelle cose che, mentre si è impegnato a guidare gli altri, avrà senz’altro talvolta rimandato.
E se un giorno, guardando da lontano il nostro Liceo, le capiterà di chiedersi che cosa sia rimasto del suo passaggio, forse non dovrà cercare nei muri, nei documenti o nelle carte.
La rincuori e la incoraggi pensare di essere ricordato non per essere stato al timone di questa nave, ma perché, mentre era al timone, ha aiutato altri a imparare a navigare.
Buon vento Preside, da oggi continui con la medesima saggezza a guidare il timone della sua vita.
Grazie!

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